Non si smette mai d’imparare: intervista a Matteo Badilatti

La storia di Matteo Badilatti è fatta di abnegazione, discrezione e curiosità.

 

 

Umiltà e chiarezza, come quella delle acque del Lago di Poschiavo – dove risiede – o dei cieli dell’Engadina – in cui ha vissuto per tre anni. Matteo Badilatti è un ragazzo dalla semplicità e dalla modestia quasi stordenti; senza alcuna impalcatura e in maniera del tutto naturale esprime concetti precisi e calibrati. Il suo tono di voce è misurato e anche le parole paiono tutte scelte con cura, riflesso questo di un’indole «razionale» e degli anni accademici all’Università di San Gallo conclusi brillantemente con la laurea in Economia Aziendale.

Matteo infatti, ventotto anni da compiere a luglio, è uno dei dottori del gruppo, arrivato solo quest’anno al massimo palcoscenico mondiale grazie al salto nel World Tour della sua Israel-Start Up Nation, fusasi in inverno con la Katusha e partita subito forte nei primissimi (e finora unici) mesi della stagione. Prima di sbarcare tra i grandi campioni del pedale, però, il percorso del poschiavino ha seguito un cammino non proprio ordinario, passando sì dalle aule d’ateneo ma prima ancora da una disciplina particolare come lo sci di fondo.

«Sono due sport diversi», rivela. «Lo sci di fondo prevede allenamenti più intensi, più corti e magari anche più sessioni all’interno della stessa giornata, mentre nel ciclismo si sta tanto in sella e si pedala per cinque o sei ore, una cosa praticamente impossibile nello sci dove la durata degli allenamenti tocca al massimo le due». Differenze a parte, per Matteo queste due specialità non sono totalmente incompatibili («In inverno a me piace preparare il nuovo anno intervallando uscite in bici, sci di fondo e palestra») e hanno alcuni punti in comune: gli sforzi ad alta intensità («Nel ciclismo si può fare una salita a tutta esattamente come, nello sci, si può impostare una dieci chilometri») e «la possibilità di muoversi da un posto all’altro liberamente».

©Georges Ménager, Flickr

È seguendo questo fil rouge che Matteo, anni dopo, ha inforcato la bicicletta non abbandonandola più. Tuttavia, prima di avventurarsi sui pedali, a lungo la sfida più grande è stata quella che l’ha visto protagonista tra libri, lezioni e aule universitarie, ostacoli in mezzo ai quali Badilatti è riuscito a destreggiarsi «organizzandosi e stabilendo chiaramente delle priorità». La bicicletta, quindi, incontrata proprio in quei mesi da studente, «non occupava gran parte del tempo, ma era più una valvola di sfogo» che consentiva di vivere, tra una lezione e l’altra, attimi di «libertà partendo da un posto e arrivando in un altro, scegliendo di volta in volta nuovi percorsi e scoprendo nel frattempo nuove strade, nuove salite e nuove discese».

È questo girovagare potenzialmente infinito che incanta Matteo e lo porta dopo poco a incrociare la sua ruota con quella del Velo Club Mendrisio, un incontro che si rivela decisivo per la sua crescita. «Il Velo Club Mendrisio mi ha lasciato percorrere entrambe le strade. Lì Alfredo Maranesi e Dario Nicoletti da sempre fanno un lavoro eccezionale: offrono la possibilità ad atleti svizzeri e italiani di coltivare la propria passione, ci mettono anima e corpo e in più hanno molto riguardo anche per tutto ciò che non riguarda il ciclismo, permettendoti di combinare sport e studio». Proprio grazie alla possibilità di lavorare su entrambi i fronti, Badilatti riesce a conseguire un prestigioso titolo accademico completando con successo il proprio percorso di studi, un’esperienza che per lui rappresenta «un valore aggiunto: tenere occupata la mente prima e dopo gli allenamenti, informarsi, restare sul pezzo e comprendere punti di vista differenti penso sia una fortuna».

Con questa consapevolezza, immerso in un ambiente sano e supportato da una famiglia sempre schierata al suo fianco pronta a dispensare i giusti consigli («Non dar niente per scontato; lavorare sodo e duramente tutti i giorni per raggiungere i propri obiettivi; rispettare e aiutare tutti»), Matteo può quindi cimentarsi al 100% nel ciclismo e provare a vedere dove la sua passione per la bicicletta lo condurrà. In quest’ottica, il passo successivo dopo gli importanti trascorsi nel Velo Club Mendrisio è rappresentato dall’approdo al Team Vorarlberg nel 2018, dove avviene un altro incontro fondamentale: quello con Marcello Albasini, padre di quel Michael ormai vicino al ritiro.

Pur ammettendo candidamente di non aver guardato a nessuno in passato per trarre ispirazione, questi due hanno avuto modo più di altri di lasciare un sogno profondo nella vita di Matteo. «Da bambino mi ricordo che quando Michael correva lo seguivamo in televisione e lo vedevamo vincere: questo a un giovane ciclista dà motivazione. Se tanti oggi sono nel ciclismo, lo devono a loro due che sono e sono stati capaci di trasmettere emozioni in grado di far accendere nei bambini la passione per il ciclismo. Sono persone splendide e averle conosciute mi ha dato certamente qualcosa in più».

©Velo Club Mendrisio, Twitter

Sotto la guida di Marcello (tuttora suo allenatore), Badilatti ha modo di compiere importanti passi in avanti a livello tecnico e soprattutto un deciso «e necessario salto di qualità negli allenamenti», iniziando di lì a breve a mettere in evidenza anche le proprie qualità. Il terreno dove Matteo riesce a dare il meglio di sé è la salita: sono proprio le sue performance quando la strada si inerpica, durante quegli sforzi che per lui sono «momenti di libertà in cui sentire sé stesso, esprimere quello che si è e allo stesso tempo, quando possibile, godersi il panorama», che gli permettono di farsi notare e mostrare che in lui c’è qualcosa di buono.

La Israel Cycling Academy è la prima a dargli fiducia e credere nelle sue possibilità, tanto che dopo averne saggiato le doti da stagista alla fine del 2018 lo mette sotto contratto per due anni. Il salto è notevole: in pochi mesi Matteo passa da una Continental a una Professional ambiziosa, trovandosi presto dentro un mondo «che fino a due o tre anni prima guardavo solo in televisione» e immerso nell’atmosfera di un team variegato (nel 2019 erano rappresentate diciotto nazionalità, quest’anno sedici) dove «ognuno porta qualcosa di proprio e questo dà forza sia al gruppo che al singolo. L’ambiente, poi, spinge tutti a dare il meglio di sé perché ci sentiamo liberi, possiamo essere noi stessi e abbiamo l’opportunità di trasmettere i valori e i messaggi della squadra come degli ambasciatori».

Per Matteo (che come quand’è in viaggio sostiene il bisogno di «essere flessibili e aperti al cambiamento») prendere confidenza con questo contesto multiculturale non risulta difficile; più complicato, invece, è adattarsi al mondo professionistico dal punto di vista tecnico. «Essendo arrivato tardi al ciclismo, certe cose che per chi ha iniziato a dieci anni o anche prima sono scontate e automatiche per me non lo sono». Ecco che allora le due parole chiave usate più volte con consapevolezza e inseparabile umiltà dal corridore elvetico sono «migliorare» e «imparare».

«Sicuramente ho un gap da colmare rispetto a chi ha incominciato un percorso a sedici anni ed è divento maturo a ventuno, quindi devo far diventare automatici certi gesti tecnici: questo credo sia ora per me l’ostacolo più grande». In aggiunta c’è anche un aspetto psicologico non irrilevante da superare relativo ai tanti campioni con cui, quasi da un giorno all’altro, si trova a condividere la strada. «Ho tanto rispetto per tutti i corridori del gruppo e in particolare per quelli più esperti. Proprio quel senso di rispetto, a volte, ti porta a non buttarti nella mischia come dovresti».

©Ray Rogers, Flickr

Se il secondo è un tipo di approccio di cui spesso negli ultimi tempi è stata denunciata la mancanza da parte dei senatori del gruppo, e che Matteo pur limandolo si spera possa mantenere, la miglior ricetta per risolvere il primo tipo di carenze è indubbiamente sfoderare di nuovo la mentalità da studente e imparare il più possibile da tutti quelli che lo circondano. In questo Badilatti (per cui la differenza nei carichi di allenamento effettuati «rispetto a quelli che solitamente hanno fatto i corridori della mia età» potrebbe essere un vantaggio) pare fortemente determinato e non si stanca di ripeterlo più d’una volta citando anche alcuni casi particolari.

«Essendo nuovo nell’ambiente è un privilegio poter apprendere pedalando direttamente a fianco dei campioni di questo sport. Credo che ognuno abbia qualcosa di affascinante da insegnare e io devo cercare di sfruttare questa opportunità e imparare da tutti. Dai tanti campioni in squadra posso carpire in maniera più mirata i trucchi del mestiere e il loro approccio. In generale, però, non ho mai trovato nessuno da cui non abbia imparato. In nazionale, ad esempio, ho condiviso la camera con Stefan Küng e da lui, che è una persona molto alla mano, ho imparato tanto. Lo stesso posso dire di Albasini. I grandissimi campioni sono una categoria a parte tanto in sella quanto giù dalla bici: quest’anno al Tour Colombia ho avuto l’occasione di conoscere un po’ più da vicino Egan Bernal e mi hanno stupito la sua disponibilità e la sua umiltà, un ragazzo d’oro nonostante sia già un fuoriclasse assoluto. La maturità mentale che ha e il suo approccio alle corse sono qualcosa di eccezionale».

Anche per la presenza di Bernal e altri fuoriclasse del pedale, quella in Colombia a febbraio è stata un’esperienza che è rimasta nel cuore di Badilatti («È un paese fantastico dove il calore della gente è unico») il quale, tra 2019 e 2020, non si è mai tirato indietro quando più volte è stato chiamato a lunghe trasferte da un capo all’altro del mondo per correre. «Il ciclismo è bello anche per questo. È uno sport fantastico che dà la possibilità agli atleti di scoprire molti posti unici e culture diverse. Per noi è davvero un privilegio e una fortuna inestimabile».

Nella sua valigia, oltre a un buon libro, un taccuino su cui prendere appunti e talvolta anche qualche specialità della sua zona, prima di partire inserisce sempre anche una raccomandazione: quella di «vivere ogni esperienza alla giornata». È con questo spirito che Matteo affronta, di volta in volta, ogni nuova avventura. Non ha obiettivi prefissati, ma apprezza ciò che riesce a cogliere lungo la strada facendo leva sulle proprie capacità. La sua ambizione è semplice e va ben oltre i trofei, i premi e le medaglie: quando gli si chiede infatti se abbia qualche obiettivo o risultato particolare in testa, la risposta è «regalare emozioni a chi mi segue, ai tifosi e a chi mi sta vicino. Nel ciclismo trovi gente entusiasta che ti motiva a dare di più per far sì che tu possa regalar loro delle emozioni e possa in un certo senso farle star bene».

©laRegione

Le stesse sensazioni gliele hanno date, quando era più giovane, i passaggi vicino a casa del Giro d’Italia. Tra tutti, in particolare, il transito del gruppo «sul Mortirolo nel 2010, quando a vincere il Giro fu Ivan Basso. Quei momenti vissuti da giovane ti lasciano emozioni che rimangono dentro di te per sempre. A distanza di dieci anni, credo che regalare le stesse emozioni sarebbe qualcosa di unico». In effetti un grande giro, dopo aver trascorso una stagione e mezzo a testarsi per lo più in brevi corse a tappe, è quello che manca e servirebbe a Matteo «per crescere ancora di più», alzare l’asticella e togliere il velo ai propri limiti. In questo la Corsa Rosa, forse più di altre, potrebbe davvero essere la vetrina ideale per riuscirci, ripagando così idealmente la gara a tappe italiana per quello che anni addietro gli ha dato a livello di suggestioni.

Perché Badilatti, nato e cresciuto in Svizzera, alla fine sente l’Italia vicina a sé: non solo per la distanza che effettivamente lo separa dal confine (una decina di chilometri), ma anche per aspetti più viscerali come «il legame con la propria terra e i propri monti», l’elemento che secondo lui «accomuna più di ogni altra cosa la Valtellina, la Lombardia e la Svizzera italiana». Ed è italiano anche il corridore che, a suo avviso, più di altri fra quelli in maglia Israel-Start Up Nation potrebbe sorprendere il pubblico e far bene nei prossimi mesi. «L’anno scorso ho avuto l’occasione di condividere la camera e fare qualche gara con Davide Cimolai. È una persona fantastica, un vero signore, penso che possa dare ancora tanto. Per la personalità che ha e il suo approccio alla professione, se lo meriterebbe. Poi, sia umanamente che ciclisticamente, credo possa insegnare molto».

Se ci sarà una qualche lezione da apprendere, Matteo Badilatti, accompagnato dal suo straordinario desiderio di conoscere e un’inscalfibile volontà di imparare con umiltà, farà di tutto per non mancare l’appuntamento.

 

 

Foto in evidenza: ©Israel Start-Up Nation/Israel Cycling Academy, Twitter